Un Cammino di Infinite Iniziazioni

In un viaggio dell’anima siamo sottoposti continuamente a sfide d’ogni sorta. Nel mondo occidentale, imparare ad ascoltarsi, sentirsi e amarsi è una grande iniziazione. In una società che vive nel cognitivismo, quindi in uno spazio dove la mente prende il sopravvento su tutto, come un ragno che tesse le fila di ogni cosa, abbiamo bisogno di scendere in profondità, sciogliere le fila di questa tessitura e riconnettere ogni singolo filo energetico a qualcosa di più grande. Questo significa rimettersi a se stessi e aprirsi allo spirito dell’Esistenza, che compie viaggi di interazione costante con grandi forze della natura, quali l’Amore, la Vita, la Morte, il Destino, la Rinascita.

La mente, per quanto aperta come un paracadute, per citare Albert Einstein, non è in grado di accogliere pienamente queste forze, questi archetipi che solleticano il nostro corpo e il nostro sguardo ogni istante. Iniziazione significa iniziare un cammino, fare un passo verso qualcosa di nuovo. Dal punto di vista antropologico, Arnold Van Gennep parla dei momenti iniziatici come fasi in cui l’essere umano abbandona lo “spettro” di sé, la crisalide di sé, vive un momento di liminalità in cui elabora questo lutto, si apre all’energia del nuovo e, successivamente, in una terza fase entra nella vita con un aspetto sociale di sé rinnovato. È il cammino di trasformazione che compie la farfalla. In questo cammino, l’immaginazione e la presenza svolgono una grande funzione.

Le iniziazioni, nelle società tradizionali, sono momenti di passaggio esistenziale, per esempio dall’età fanciullesca, a quella adulta, ma si possono ricevere anche iniziazioni di altra natura, per esempio in casi di investitura sciamanica, ovvero quando un nuovo sciamano riceve una chiamata dal mondo degli spiriti. Allora, allo stesso tempo, riceve un’iniziazione che richiede tutto un percorso – che, in questo articolo, non andrò a esplorare – un grande viaggio di apprendistato che non finisce mai veramente, anche se a un certo punto certamente il nuovo sciamano avrà acquisito una serie di competenze che lo renderanno tale. La questione, in Occidente, è aperta perché, non essendoci più una forma tradizionale di sciamanesimo, ci troviamo di fronte talvolta anche a iniziazioni mancate, ovvero a persone che ricevono questo genere di chiamata ma che non sanno né come gestirla, né come acquisire le competenze mature per poter affrontare questo richiamo.

Affronterò questo tema magari un’altra volta. Ora quello che mi preme è la questione di riconoscere che tutti quanti riceviamo, in un certo senso, una chiamata dalla vita a svolgere qualcosa nella nostra esistenza, che tuttavia dobbiamo, in un certo senso, ridimensionare, perché la qualità della chiamata sta nel fatto di sintonizzarsi sul nostro ascolto profondo, imparare ad amarci e non vedere questa chiamata come un obiettivo performativo, una vocazione da raggiungere, da conquistare, come se andassimo al supermercato; ma come un processo evolutivo, trasformativo, che ci accompagna passo passo.

Entrare in connessione con questa chiamata significa semplicemente riconoscere, prima di tutto, che siamo esseri umani e che questa chiamata ha un ruolo di interdipendenza ed è una responsabilità diffondere ciò che siamo portati a fare nel mondo alla nostra rete di relazioni. La qualità della chiamata è fondamentale, perché sentirsi chiamati a fare qualcosa non necessariamente è sintomo di chiamata: a volte è il nostro ego che ci fa credere che siamo chiamati a fare qualcosa. Se vogliamo imparare a vedere con gli occhi di uno sciamano, dobbiamo prima di tutto riconoscere che la forma di qualità più nobile di una chiamata è quando abbandoni tutto ciò che credi di essere e permetti allo spirito della Vita e dell’Esistenza di colmare quel vuoto che senti quando non sai più chi sei.

Quando accade questo, fai spazio a qualcosa di più grande, fai spazio a qualcosa che hai negato costantemente del mondo, fai spazio all’invisibile, fai spazio all’immanifesto, fai spazio a tutto ciò che non hai riconosciuto per cultura. Un bias culturale del mondo occidentale sta nel fatto di non riconoscere l’invisibile che è qui tra noi. Un detto Seneca dice che “l’aldilà è distante da noi lo spessore di una foglia d’acero”.

Questa la dice lunga su quanto noi siamo in grado di percepire ciò che il mondo, visibile e invisibile in dialogo, cerca di comunicarci. Lo scopo di un’iniziazione in Occidente è proprio quello di imparare a camminare con la bellezza che il mondo contiene dentro di sé e che è anche parte di noi. Quindi potremmo riconoscere, prima di tutto, queste forme di iniziazione in Occidente osservando che, per prima cosa (1), ci portano da uno stato di separazione a uno stato di unione, unificazione, appartenenza.

Secondariamente (2) ci aiutano a uscire dalla credenza di essere incapsulati nella nostra individualità, riconoscendo che siamo qualcosa di più grande. Allo stesso tempo (3), ridimensionare il nostro ego con umiltà, rimettendoci a noi stessi e non credendo di essere chissà che cosa in cima al vertice di una piramide, come i salvatori del mondo, ma come parte integrante di qualcosa di meraviglioso con cui possiamo essere e cocreare costantemente.

Mi rifaccio a tre forme di iniziazione che ho potuto incontrare nell’arco della mia vita: una mi riguarda e due riguardano persone a me care che, come me, in qualche modo hanno ricevuto una forma di iniziazione sciamanica.

La prima riguarda un’amica sangoma che racconta che il primo passo verso la sua iniziazione è stato inginocchiarsi, in un momento di crisi della sua esistenza, di fronte alla vita, letteralmente, e riconoscere con umiltà che qualcosa di più grande aveva bisogno di “informarla”, di colmare ciò che lei non era stata in grado di vedere fino a quel momento. Da lì, il suo processo di crescita come sangoma l’ha portata a sviluppare tutta una serie di competenze, ma il primo passo iniziatico è stato questo.

L’altra persona è una persona a me vicina, un curandero che ha ricevuto la sua iniziazione in un altro contesto nativo, e questa è stata quella di essere presentato agli spiriti attraverso un rituale. Questo lo porta, a sua volta, ad aiutare le persone a entrare in dialogo col Sacro.

Questa forma di iniziazione è altrettanto potente, poiché in Occidente non siamo abituati a riconoscere la preghiera e il dialogo col Sacro come fonte di cura e questo Mircea Eliade, storico delle religioni, studiato in Accademia di Antropologia, ce lo spiega come uno dei fondamenti della guarigione nelle tradizioni native.

La terza forma, che è quella che mi riguarda, è la capacità di aprire i corpi sottili ed entrare in contatto col mondo del sogno e con tutto ciò di cui esso è impregnato, per poi tornare incorporando visioni e insegnamenti utili all’individuo e alla comunità. Questo è un altro tipo di iniziazione che ti permette di riconoscere che non sei solo tu, ma che c’è qualcosa di più grande della tua individualità che informa la tua vita.

Se vogliamo, queste tre forme di iniziazione possono compenetrarsi vicendevolmente e sono, assolutamente, sfumature differenti della stessa cosa. Quindi, in questa triplice matrice, possiamo riconoscere come l’iniziazione può declinarsi nella vita di un occidentale, facendo i primi passi verso il riconoscimento di forme iniziatiche occidentali di stampo animista.

Le caratteristiche, quindi, sono la resa, l’abbandono di tutto quello che si crede di essere, la possibilità di permettere a qualcosa di più grande — lo spirito del cosmo, la sua intelligenza, la mente estesa cosmica come la chiamerebbe lo scienziato di frontiera Rupert Sheldrake, o il suo campo informato come Ervin Laszlo, filosofo quantistico, definirebbe — e concedere che quella forma di coscienza e consapevolezza mondi colmi quelle che sono le incomprensioni che, come esseri umani, possiamo agire senza renderci conto.

Un terzo passo è il dialogo con forme sovrasensibili di cui la natura è impregnata, che i popoli nativi chiamano spiriti, ma che possono essere forme divine cristalline che albergano nei nostri sogni e nel sogno della veglia.

Tutto questo fa di noi persone in grado di camminare tra i mondi e, in questo cammino, passo dopo passo, imparare a essere in dialogo con lo spirito della Vita e dell’Esistenza, in tutte le sue forme e declinazioni, cercando di fare in modo che questa via, che è fondamentalmente una via verso l’ignoto costante, possa essere di beneficio a noi e a tutti gli esseri senzienti.

Ora, per svolgere questo, non necessariamente bisogna essere sciamani, curanderos, sangoma o persone di medicina: si può semplicemente imparare a essere esseri umani, canali di visione e di potenzialità che possono declinarsi in infiniti cammini, quindi essere dei veri e propri corpi porosi per infinite possibili iniziazioni che possono manifestarsi di fronte a noi ogni volta che incontriamo un altro mondo, presente in ogni singolo essere vivente, che sia una pianta, che sia un cristallo, che sia una montagna, una persona: non importa.

Imparare a riconoscere che, di fronte a noi, ci sono infiniti mondi e che possiamo camminarli a cuore aperto, imparando, apprendendo, scambiando, dialogando col sacro dentro ognuno di noi: questa è una forma di iniziazione che, in Occidente, abbiamo bisogno di camminare come una via sacra, apprendendo dalle forme sciamaniche animiste, dalle tradizioni del sogno, dalle tradizioni che possiedono forme di medicina ancestrali, per rinnovare la nostra società affinché sia una società più connessa, capace di sentire e di realizzare se stessa in infiniti nuovi modi, come infiniti nuovi soli che sorgono all’orizzonte, stelle danzanti che abitano questo pianeta.

Secondo voi tutto questo è possibile? Secondo voi, come potrebbe essere affrontata questa forma di iniziazione come umanità e collettività? Queste sono domande aperte a cui non c’è ancora una risposta, ma a cui possiamo rispondere insieme e, per “rispondere“, intendo con una responsabilità amorevole.

Così ci rimettiamo in cammino…
al prossimo viaggio…

Possano i viaggi delle nostre anime essere cammini di infinite realizzazioni…

Alberto Fragasso